I doni dell’arte: intervista a Ivan Tanteri

I doni dell’arte: intervista a Ivan Tanteri

Il 12 gennaio si è tenuto,  il primo dei tre incontri del percorso di laboratorio organizzato pe ril Progetto Mandela dall’attore, regista e pedagogo di origini ternane Ivan Tanteri, “I Doni dell’Arte”. Questa è la chiacchierata che abbiamo fatto con lui!

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Ivan cosa pensi di fare con noi ragazzi del Progetto?

Ripercorrere  le  linee che ho mostrato attraverso questo piccolo percorso che è un pò un racconto teatralizzato di quella che  è stata la mia esperienza di 40 anni di teatro.  Però vorrei partire  da un qualcosa di molto preciso, il respiro nella voce, come si può passare attraverso l’organicità del respiro per trovare diversi tipi di voce e come trovarli attraverso il linguaggio del corpo,  quindi il respiro del corpo attraverso la voce.

Cosa consigli  a noi giovani che vogliamo intraprendere non dico una carriera, ma quanto una vita nel teatro?

Vi consiglio di non fare teatro fondamentalmente perchè, chi  fa teatro in maniera profonda  e non passa attraverso alcune forme che conosciamo molto bene che tagliano le strade, deve avere delle grandi motivazioni  un grande senso dell’avventura perchè il teatro è una grande avventura  ed è arte dell’incontro. Se perdiamo di vista questi due momenti centrali, perdiamo di vista il teatro , diventa un’altra cosa.

Tante forme di teatro, e tu oggi ci hai fatto vedere una parte di un determinato teatro, il teatro di immagine come lo hai chiamato. Quanto è complesso lavorare con il corpo per far evocare immagini senza parola?

Non è complesso, è complesso come la parola, come una canzone, come lo studio di una partitura musicale. Ci sono le partiture fisiche, ci sono le partiture del testo, ci sono le partiture musicali, non c’è nessuna differenza tra un musicista che studia le partiture e un attore che studia le sue partiture.  Significa che un do è un do e non può essere un do calante  o un do crescente e poi questo messo insieme a tutta l’orchestra del teatro, crea una bella sinfonia.

Tu oltre che attore sei stato uno spettatore, ti ricordi cosa vedevi negli spettacoli che ti hanno incuriosito di più?

Io fino a diciotto anni non ero andato mai a teatro. Un giorno, ho visto un film, che era Apocalypsis cum figuris di  Grotowski , tutto sul corpo e in polacco, dove del testo non capivo una parola ma ho capito tutto. Lì ho capito che volevo fare quel tipo di teatro.

Quindi, ti sei ispirato a Grodovskij?

Non mi sono ispirato, diciamo che sono rimasto impressionato a tutti i livelli, ed era una pellicola. Poi durante il mio percorso sono stato a contatto con Pupella e con Rosalia Maggio, abbiamo diretto, insieme con i miei compagni di viaggio di allora, il Centro Teatrale Europeo a Frascati, abbiamo fatto scambi tra teatro di gruppo e teatro tradizionale con le famiglie d’arte, con i Colombaioni, con Isso Miura che è un giapponese. Questo non ha mai messo in discussione che tutto parte dalla serietà dallo studio, dalla precisione, dalla volontà e soprattutto da una grande motivazione che quella non te la può dare nessuno, co ce l’hai o non ce l’hai.

Questo spettacolo…

Attenzione a chiamarlo spettacolo! E’ un dono che volevo fare agli studenti del teatro, che volevo fare alla mia città da dove sono partito tanti anni fa e dove ho incontrato il teatro, e soprattutto al Progetto Mandela perchè riconosco nel Progetto Mandela un grande valore aggiunto per la città di Terni.

Nel teatro di immagini è protagonista il corpo e gli oggetti che circondano l’attore. Questo è uno spettacolo portato in tutto il mondo, come reagiscono gli spettatori a queste immagini in base al paese?

Ci sono diverse reazione, quello che ti posso dire è che in Sud America c’è una esplosione, vengono toccati a livello sensitivo, sono più liberi da tutta una serie di blocchi mentali che noi possiamo avere o non avere. Noi siamo legati molto al capire, là sentono, c’è tutto un altro modo. Ma in Norvegia per esempio, reagiscono in maniera molto calorosa. In Danimarca sembra che non reagiscano, poi invece finito lo spettacolo senti che vengono con una grande emozione, con grande interesse. Questa è anche la forza, come raccontare storie attraverso gli oggetti e le immagini che uno dà.

L’ultima scena che io ho fatto, è la storia di un drago, e una principessa che con l’ombrellino sta nel castello perché il padre la vuole proteggere dalle brutture della vita. Ci sono i soldati che si allenano con la spada che fanno la guardia alla principessa. Poi arriva il principe a cavallo, c’è una grande festa, tutte le guardie si ubriacano, e c’è un uccellino che parla alla principessa attraverso la finestrella della torre e gli racconta tutte le bellezze dei profumi, dei cinguetti degli uccelli. lei scappa, parla col gufo, con la civetta, con la margherita, finchè non arriva al lago e vede la sua immagine riflessa e viene colpita dalla sua bellezza.  Ma anche il drago, il principe delle acque, si innamora di lei, e attraverso le lingue di fuoco la trascina sotto il lago. Diventa tutto chiaro. Lo posso raccontare o lo posso far immaginare. Dopo tutto finisce con una grande festa dove viene invitato anche il drago ed entra Fellini in simbiosi con tutto quanto e c’è la fusione di diversi livelli perchè noi siamo abituati a degli schemi: adesso che io te lo racconto allora capisci, ma io non ti voglio far capire. Ognuno fa la drammaturgia di quello che vede, è questa la grande libertà, perchè sennò so sempre come inizia come si svolge e come finisce… e la sorpresa?

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