Secondo il più recente rapporto OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) negli ultimi dieci anni oltre 10.000 giovani umbri si sono trasferiti all’estero: di questi, più di 2.500 sono laureati. Sempre nello stesso periodo, sono rientrati circa 3.700 giovani, determinando un saldo migratorio internazionale negativo di più di 6.000 persone. Ciò significa che è sparito dall’Umbria un Comune grande quanto Passignano sul Trasimeno.
Il fenomeno della fuga dei cervelli nella nostra regione vede un costante incremento che coinvolge soprattutto giovani, rendendo necessario interrogarsi non solo sulle cause economiche e strutturali di questa emorragia di capitale umano, ma anche sulle sue conseguenze sociali, culturali ed emotive, soprattutto per chi resta.
In questo contesto si inserisce il percorso di ‘Brain Drain‘ attivato dal Progetto Mandela grazie al finanziamento di Adisu Umbria, l’Agenzia per il Diritto allo Studio Universitario, incentrato sul tema della migrazione dei residenti e della fuga dei giovani come esperienza sia collettiva che personale.
Lo spettacolo andato in scena l’otto gennaio di quest’anno, è stato realizzato dalle ragazze e dai ragazzi partecipanti ai corsi che hanno utilizzato il linguaggio teatrale come strumento di analisi critica, espressione e consapevolezza. La messa in scena è stata preceduta da workshop gratuiti rivolti a studenti universitari e giovani adulti, strutturati in moduli specifici di drammaturgia, scenografia digitale, recitazione e regia. Esperienze che hanno rappresentato momenti di formazione e dialogo, sviluppando competenze artistiche, stimolando una riflessione condivisa sul senso di appartenenza, sulle scelte di partenza e sul diritto di immaginare un futuro possibile nel proprio territorio.








‘Brain Drain’ ha trasformato dati e statistiche in voci, corpi e storie, restituendo una narrazione viva di un fenomeno che non è solo numerico, ma profondamente umano. La drammaturgia racconta la migrazione dei giovani come esperienza identitaria, frammentata e simbolica insieme.
Il prologo introduce il tema della partenza con valigie, rumori di viaggio e telefonate, mostrando legami familiari, paure e contraddizioni che accompagnano l’atto di andare via. La valigia, che ricorre visivamente, diventa emblema delle radici e della quotidianità lasciata alle spalle.
Nel primo quadro, il monologo davanti alla psicologa mette a nudo il senso di vuoto, l’attesa permanente e la precarietà che spingono alla scelta di partire. La migrazione emerge come una questione di pelle, non riducibile al solo lavoro. Il secondo quadro affronta il conflitto familiare generazionale, tra sogni frustrati, aspettative genitoriali ed immobilismo sociale. Il desiderio del figlio di diventare giornalista si scontra con la paura, il controllo e la retorica della sicurezza. Nel terzo quadro, il colloquio di lavoro smaschera meritocrazia apparente, nepotismo e svalutazione dei giovani qualificati: l’esperienza professionale diventa così un ulteriore motivo di esclusione.
I monologhi finali restituiscono una presa di coscienza diretta, intima, rivolta a chi resta. La partenza non è trionfo, ma scelta complessa, carica di nostalgia e responsabilità mentre il tema dell’appartenenza attraversa l’intero testo come tensione irrisolta. Nel dialogo conclusivo, il viaggio assume una dimensione esistenziale.
Appartenere non coincide con un luogo fisso, ma con il prendersi cura, insieme, del proprio essere al mondo.
Maria Carboni
I laboratori sono stati coordinati da: Irene Loesch; Elisa Gabrielli e Carla Chicchiero. Interpreti: Maria Carboni, Cristofer Corvi, Marco Mangiolino, Alessandra Nardi. Hanno partecipato: Elena Casasole, Emma De Grandis, Josuè Evangelista Goncalves, Diana Mansiglia, Erika Pannacci, Aurora Proietti, Noemi Ricci, Francesco Rinaldi, Antonio Urbano.
Foto della performance: Andrea Santini.

